LE CHIAVI DI UNA STORIA – La Comunità dell’Isolotto

C’è stato un momento in cui il quartiere popolare dell’Isolotto di Firenze è stato al centro dell’attenzione mediatica mondiale:
la contestazione del ’68 si era allargata per la prima volta alla chiesa dove un’intera comunità stava praticando le idee del Concilio Vaticano secondo, per una chiesa aperta e senza potere. E l’Isolotto, quartiere popolare ed operaio nato solo pochi anni prima, era il luogo perfetto in cui coltivare legami nuovi e obiettivi comuni.

Le chiavi di una storia finaleIN ANTEPRIMA AL 63° FESTIVAL DEI POPOLI

C’è stato un momento in cui il quartiere popolare dell’Isolotto di Firenze è stato al centro dell’attenzione mediatica mondiale:
la contestazione del ’68 si era allargata per la prima volta alla chiesa dove un’intera comunità stava praticando le idee del Concilio Vaticano secondo, per una chiesa aperta e senza potere. E l’Isolotto, quartiere popolare ed operaio nato solo pochi anni prima, era il luogo perfetto in cui coltivare legami nuovi e obiettivi comuni.
Ma questi ideali trovarono una forte opposizione da parte dei vertici ecclesiastici, tanto da far decretare l’estromissione del parroco (Enzo Mazzi) e provocare una reazione del quartiere capace di iniziare un’inedita esperienza di autogestione orizzontale, e attenta alle disuguaglianze del mondo. Un’esperienza comunitaria cominciata in chiesa e proseguita nella piazza per oltre trent’anni, ed arrivata fino ad oggi, fuori dal “dominio del sacro”, e arricchita da molteplici iniziative sociali.

“Mi sono trasferito nel quartiere fiorentino dell’Isolotto circa dodici anni fa ed è stato subito un colpo di fulmine. Ho scoperto un quartiere con un’identità decisa ed un’architettura felice, in mezzo al verde e sulla riva dell’Arno. E sopratutto con una storia incredibilmente forte a dispetto dei suoi soli 60 anni di vita.
Mi sono emozionato a sentire i racconti della consegna delle case ad un popolo di diseredati, a vedere le foto dell’occupazione dell’area della Montagnola, grazie alla quale è nata una scuola materna anziché un night club (!) Mi sono appassionato ai racconti e alle sperimentazioni di una didattica diversa e inclusiva che continuano in una scuola ancora all’avanguardia.
E sono arrivato a guardare con stupore e ammirazione le immagini della Piazza dell’Isolotto, colma di persone per difendere la loro identità e i loro ideali dagli attacchi di una chiesa verticistica e reazionaria. E sono stato colpito dai giornalisti di mezzo mondo atterrati in questo angolo di città per raccontare un’altra faccia della contestazione del 68.
Mi è sempre piaciuto raccontare storie della mia città, a partire dal Social Forum di Firenze, fino all’Oltrarno de L’Ultima Zingarata di Monicelli, del grandioso Cinema Universale (prima in documentario poi in un film) per arrivare ai racconti privati del lockdown in Firenze Sotto Vetro.
Il mio quartiere poteva essere adesso l’oggetto di un’altra storia da raccontare.
L’occasione è arrivata grazie alla Comunità dell’Isolotto che voleva riportare la sua storia in un video che ne potesse sintetizzare le varie fasi: l’idea di partenza era quella di un lavoro breve, molto più vicino al documento video che al documentario vero e proprio.
L’incontro con la storia, le persone e l’umanità della Comunità ha cambiato le sorti e il senso di questo lavoro. 
Parlando con loro, sono riuscito a capire l’origine di questo movimento che, grazie anche alle figure di Enzo Mazzi e Sergio Gomiti, era riuscito a creare dal niente un’identità collettiva talmente forte da mettere in discussione appartenenze politiche e fedi religiose, a fronte della tutela di un bene realmente comune.
Prima ancora del 68, l’apertura della chiesa alle assemblee sindacali degli operai delle Officine Galileo rappresenta uno degli elementi che mi hanno maggiormente trasmesso il senso di quell’esperienza. Un’esperienza che si allargava alle difficoltà degli ultimi, e affrontava i problemi contemporanei secondo un concetto evangelico decisamente lontano rispetto a quello che avevo conosciuto da ragazzo ( e da cui quindi mi ero prontamente distaccato sentendomi fortemente anticlericale).
Piano piano questo racconto è diventato un documentario vero e proprio, grazie anche alla forza dei materiali dell’archivio storico della Comunità e all’energia e disponibilità di molti, primo fra tutti il direttore della fotografia Giuseppe Catalanotto.
Ho voluto prediligere un racconto corale e condiviso, senza protagonisti ne’ voci narranti, come mi è parsa realmente essere la storia della Comunità: una storia fatta da molte voci, con una leadership sempre più condivisa e caratterizzata da una coesione non comune, sospinta dalla forza di quegli ideali che hanno permesso di scrivere una storia paradigmatica e sommessamente rivoluzionaria.”